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L’ARTICO E LA “TERRA CAVA” aprile 15, 2008

Posted by 2012sos in Scienza, Teorie.
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L’ARTICO E LA “TERRA CAVA”

di Daniela Bortoluzzi
per Edicolaweb


Alcuni anni fa, dopo che un sottomarino statunitense aveva cercato di creare una mappa del fondo dell’Oceano Artico, il giornale “Nature” riportava la scoperta di due grandi vulcani sotto la massa di ghiaccio, dove nessuno aveva mai lontanamente sospettato prima. Si trovano alla profondità di due miglia e coprono un’area di circa 280 miglia quadrate di fondale marino.

Una team di ricercatori dell’Università di Tulsa con a capo Peter Michael, con l’obiettivo di scoprire cos’altro ci potesse essere sotto il pack artico, partì a sua volta in missione di studio a bordo di una nave rompighiaccio messa a disposizione dalla Marina Americana. Alla spedizione prese parte anche un’imbarcazione da ricerca tedesca, la “Polarstern”.
Poterono studiare, oltre alla zona indicata da “Nature”, anche la dorsale oceanica Gakkel, una catena vulcanica lunga 75.000 Km che si allunga per 1.800 Km sotto l’Oceano Artico, dall’estremo Nord della Groenlandia fino alla Siberia. Questa ricerca ha potuto svelare molti misteri di questa zona eternamente ghiacciata (che evidentemente non lo fu sempre), che rimane comunque la parte del pianeta meno conosciuta, per via delle enormi difficoltà legate al ghiaccio, che impedisce d’effettuare studi e ricerche con i consueti metodi.
Pensando che i due vulcani rilevati dal sottomarino fossero un’eccezione, la scoperta di altri dodici sulla dorsale Gakkel lasciò tutti sbigottiti, tanto più che la zona presentava un’attività tettonica intensa e perfino molte sorgenti d’acqua calda.
Vulcani sotto il pack artico? Incredibile? Mica tanto, in fondo, se consideriamo la possibilità di un precedente slittamento dell’asse terrestre.
Ma… pensate davvero che non ci sia nient’altro sotto i nostri piedi, oltre a questi vulcani, di cui potremmo essere ancora all’oscuro?

La teoria della “Terra Cava” rimbalza alle cronache da più d’un secolo e riscuote l’attenzione di molti “eretici”, compresa la sottoscritta. In pratica s’ipotizza che ci siano dei “buchi” ai Poli e in altre zone del nostro pianeta, da cui individui prescelti (alieni compresi) e navicelle spaziali entrerebbero e uscirebbero. Si tratterebbe degli accessi a un mondo sotterraneo in cui avrebbero trovato rifugio alcuni superstiti della precedente catastrofe in cui scomparve Atlantide.

Logicamente, è inutile dire che per la maggioranza della gente si tratta di una tesi ridicola.
Molti cambierebbo forse idea se avessero sentito parlare della forza cosmica misteriosa chiamata Vril… quell’energia dai poteri straordinari che proviene dall’interno della Terra e sarebbe imbrigliata e canalizzata tramite lo Djed, la torre granitica alta una settantina di metri che si trova all’interno della Grande Piramide di Giza.
Ovviamente, anche in questo caso siamo… “ai confini della Realtà” o, per meglio dire, in piena speculazione. Eppure la potenza del Vril esiste, con qualunque nome sia esso conosciuto: aveva a che fare con le forze Ahrimaiche che la mistica neo-occultista nazista voleva trovare inviando spedizioni in Tibet alla ricerca di Shambhala.
E a questo punto, per continuare nella nostra speculazione, deve aver a che fare con le tecnologie “futuristiche” della Terra Cava che il colonnello Billie Faye Woodard (in servizio all’Area 51) descrisse con molta precisione, essendovi stato per ben sei volte. Fu in grado di descrivere persone, animali, piante e clima…
Il Vril, o comunque si chiami, ha probabilmente che fare anche con l’energia Kundalini e la ghiandola pineale, grazie alle quali sarebbe possibile accedere in astrale a questo mondo sotterraneo multidimensionale. È la forza cosmica utilizzata a Shambhala? Forse.
Ricordo, per gli scettici, che gli Indù chiamano Shambhala: “Paradesha”, termine che è sopravvissuto fino a oggi come “Paradiso”. È il luogo dove abitavano i Veda, gli antichi dèi venuti dallo spazio.

Il pioniere della teoria della Terra Cava fu l’astronomo e matematico inglese Edmond Halley (1656-1749), famoso per aver scoperto la celebre cometa che porta il suo nome. Era convinto che all’interno della Terra ci fosse una potente fonte luminosa, una sorta di “Sole” in grado d’illuminare e riscaldare tutto il mondo sotterraneo. Le sue teorie fecero molto scalpore allorché furono pubblicate nel “Philosophical Transactions of the Royal Society of London”.
Il Capitano americano John Cleves Symmes, il 10 aprile 1818, fece scalpore per aver inviato una lettera contemporaneamente al Congresso degli Stati Uniti, ad alcuni direttori d’importanti Università e ad un certo numero di studiosi di spicco. Il testo era questo: “Al mondo intero; io dichiaro che la Terra è cava e abitabile internamente […]”. Continuava affermando che la Terra era formata da molteplici sfere concentriche e che ai Poli c’erano due enormi buchi attraverso i quali entravano atmosfera, terre e mari. Prevedendo la reazione di chi avrebbe letto la sua lettera, il Capitano Symmes allegò un certificato medico in cui era scritto che era in possesso delle sue facoltà mentali.
Assolutamente convinto delle sue idee, nel gennaio del 1823, richiese al Congresso il finanziamento d’una spedizione per il Polo Sud, che tuttavia fu respinto. Pubblicò allora le sue teorie in un libro dal titolo “Theory of concentric Spheres”, che permise in seguito a Joseph Reynolds di convincere il presidente John Quincy Adams a finanziare la spedizione del 1829, che fu però un totale fallimento.
Quasi mezzo secolo più tardi, il noto scrittore esoterista Edward George Bulwer Lytton pubblicò “The coming Race” (La razza che verrà) in cui affermava che sottoterra vivevano i superstiti d’una razza superiore che erano scampati al cataclisma che aveva quasi annientato la civiltà precedente. In questo libro si parlava per la prima volta del Vril, la forza misteriosa in possesso della razza della Terra Cava…
Nel 1906, lo scrittore americano William Reed, nel libro “Phantom of the Poles” (Fantasma dei Poli), continuò a parlare della terra Cava e del suo accesso ai Poli. Le sue teorie furono confermare e ampliate nel 1920 da un altro scrittore americano, Marshall B.Gardner, che scrisse “A Journey to the Earth’s Interior” (Viaggio al centro della Terra). Le convinzioni espresse in questi due lavori, che ispirarono qualche decennio più tardi scrittori e registi, furono confermate dalle spedizioni polari del Contrammmiraglio Richard E.Byrd in Artico (1947) e in Antartico (1956), in cui dichiarò d’essersi spinto per 1.700 miglia oltre il Polo Nord e per 2.300 oltre il Polo Sud…
Byrd, dopo la prima spedizione, affermò di essere “entrato” in un territorio misterioso privo di ghiaccio e non segnato sulle carte, accessibile mediante aperture che conducono all’interno…
Dopo un primo messaggio radio trasmesso dal suo aereo e un breve comunicato stampa, le scoperte di Byrd furono tacitate e soppresse dalle agenzie governative. Ovviamente, visto che non poteva trattarsi della descrizione della superficie artica!
Byrd aveva parlato di un clima mite e un territorio verde con laghi, montagne e animali; ne descrisse anche qualcuno. Dobbiamo pensare che fosse impazzito o piuttosto che avesse scoperto le prove dell’esistenza della Terra Cava?
Scartando la prima ipotesi, personalmente sono propensa all’idea che l’istinto degli animali ci possa fornire una risposta. Quell’istinto che spinge d’inverno i buoi muschiati a migrare verso Nord; sarebbe in errore, se non sapesse di andare verso il caldo. E quello che spinge gli orsi e le volpi a dirigersi sempre più a Nord, come se in quella direzione ci fosse il cibo. Ma all’estremo Nord, non dovrebbe fare più freddo ed esserci meno cibo? E allora perché tutti gli esploratori nordici, e perfino gli Inuit (gli esquimesi), riferiscono che più a Nord ci si spinge, più la temperatura sale (!) a causa di un certo “vento caldo”…
Come mai all’estremo Nord, dove non ci dovrebbe essere vegetazione, sono stati visti in varie occasioni uccelli sconosciuti, lepri, api e farfalle? Da dove venivano? Dove potevano nutrirsi? E da dove venivano i tronchi di conifere, i fiori e i semi trovati nell’acqua artica? Quale fiume li ha trasportati? E infine, perché gli iceberg sono fatti d’acqua dolce?
Per le prime domande ognuno può trarre da sé le sue conclusioni. Per l’ultima, risponderò con le parole di William Reed: “Gli iceberg si formano nell’interno della Terra, dove la temperatura è calda; i fiumi scorrono verso la superficie esterna, attraverso l’apertura polare. Una volta toccato l’esterno, nel Circolo Polare Artico, dove la temperatura è bassissima, le foci dei fiumi gelano, generando così gli iceberg. Questo dura per mesi fino a quando, a causa dell’elevamento della temperatura estiva e del caldo che promana dall’interno, gli iceberg si distaccano dalle foci e vengono trascinati dall’Oceano”.

La Marina Militare Americana sta cominciando a pensare che sotto il Polo Nord succedano cose alquanto strane… anche se la NASA ha polverizzato la teoria della Terra Cava spiegando che i loro satelliti non vedono buchi ai Poli…
In ogni caso (a prescindere che i vulcani sottomarini dell’Artico dormano o no), grazie al contributo dell’effetto serra (e di “altro” di cui non si parla) il pack è arrivato la scorsa estate al suo minimo e sta continuando a sciogliersi, destando notevole allarme.
Sentiamo parlare continuamente del riscaldamento globale che sta distruggendo gli ecosistemi. Qualche anno fa, alla U.N. Conference di Shanghai, ci fu un importante simposio su questo problema. Qualcuno predisse che la temperatura media della Terra sarebbe potuta aumentare anche di 10,4 gradi nei prossimi cent’anni. Oggi, alla conferenza mondiale sugli effetti del clima di Parigi, abbiamo saputo (!) che l’aumento di temperatura potrebbe toccare i 2 gradi (meno male, evidentemente prima si erano sbagliati…), mentre le emissioni di CO2 “passate e future” continueranno a “contribuire al riscaldamento e al rialzo del livello del mare per oltre un millennio”.
Sappiamo che il ghiaccio si sta sciogiendo in Antartide e che la neve del Kilimanjaro sta sparendo. A Parigi, in questi giorni, affermano che il ghiacco sciolto potrebbe far aumentare il livello marino di 60 centimetri puntualizzando che la colpa è nostra…
Nel 2002, a una famosa conferenza dell'”American Geophysical Union” tenutasi a San Francisco, ben 9.000 geofisici convenuti da tutto il mondo concordarono che le grandi civiltà del passato non scomparvero per aver commesso azioni sbagliate, ma per dei cataclismi naturali. Questi scienziati sono convinti che il livello del mare possa aumentare di oltre 6 metri entro l’anno 3000.
A questo punto, dopo le lezioni impartite a questi convegni mondiali sulla sorte del nostro pianeta, credo che sarebbe molto saggio e fondamentale investire in barriere per l’acqua nelle aree più basse o più a rischio del nostro pianeta per il beneficio dei nostri pronipoti. E non lo dico solo perché sono veneziana; in fondo, sono abituata allle sirene d’allarme per l’acqua alta!
Ritengo che dopo l’allarme emerso ogni volta da questi mega-convegni, bisognerebbe prepararci al cambio… invece che continuare a suonare l’allarme!
Tra un centinaio d’anni, forse, l’idea di trasferirci sottoterra o di terraformare Marte non sembrerà più così ridicola come oggi. Però forse sarà troppo tardi.

daniela.bortoluzzi@fastwebnet.it

www.edicolaweb.net

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